Palazzo Silvani

Wednesday, December 28, 2011

20/12/2011 - la storia Chi ha visto gli abeti



della nostra infanzia?






Un impiegato di Tolosa sta contattando i proprietari dei pini, ormai altissimi


Sulle tracce degli alberi donati ai bimbi del 1975


ALBERTO MATTIOLI






corrispondente da parigi


L’ uomo che ama gli abeti si chiama Joel Fauré, ha 49 anni, un passato di assistente di redazione, e, al presente, un lavoro come funzionario al Tribunale di Tolosa. Monsieur Fauré è anche scrittore e drammaturgo. Ma non ha mai dimenticato il suo primo amore: un abete. Gli scoppiò quando di anni ne aveva 13 e leggeva, come molti coetanei, «Pif Gadget», storica rivista francese di fumetti oggi scomparsa (pubblicava anche Corto Maltese), ma famosa anche perché a ogni numero allegava un gadget. Quello del numero 347, nel 1975, fu un ramo d’abete con un po’ di terra, le istruzioni per piantarlo e un avvertimento a fumetti: «Attenzione, fra due anni questo abete sarà più alto di te».






Come molti suoi amici, Fauré lo piantò facendosi aiutare dal padre: prima in un vaso, poi in terra, nella foresta di Buzet-sur-Tarn, vicino a Tolosa. L’abete è ancora lì e oggi è molto più alto di chi ce l’ha messo. E l’estate scorsa ha fatto germinare nella testa del signor Fauré un’idea folle: provare a rintracciare gli altri «abeti Pif» di Francia. Del resto, non dovrebbero mancare: quell’anno, la rivista ordinò 615 mila gadget ai vivaisti olandesi e ne vendette 360 mila, senza contare quelli allegati in altre due occasioni, nell’82 e nell’87.






Così, per Fauré è scattato il richiamo della foresta. Ha lanciato un appello a tutti gli ex lettori di «Pif», perché gli dessero notizia dei loro alberi e lo aiutassero a formare «un’abetaia del cuore, del ricordo e della memoria». Inaspettatamente, i giornali l’hanno preso sul serio: il suo «Chi l’ha visto» ambientalista è stato pubblicato, in perfetta concordia bipartisan, tanto dal giornale cattolico «La Croix» quanto da quello comunista «L’Humanité».






Intanto arrivavano lettere, mail, fotografie, rametti. Tanto che «Libération» ha affidato a Fauré un blog (pifgadget.blogs.liberation.fr/blog), che si è subito riempito di messaggi, ripresi e rilanciati da televisioni e siti Internet. Un grande successo. Lui lo commenta così: «È l’ossigeno che permette di scappare al magma dell’informazione ansiogena». Soprattutto, ne è uscita una verde madeleine, un viaggio sentimentale e vegetale fra i francesi, o almeno quelli che non hanno perso di vista gli abeti che avevano piantato da ragazzini. Perché, spiega Philippe Baumet, grande specialista della storia di «Pif», gli altri gadget, i piselli del Messico o la macchina per fare le uova quadrate, insomma quel genere di cose per le quali tutti abbiano rotto le scatole ai nostri genitori, sono stati dimenticati. L’albero, no. L’albero vive, cresce, si sviluppa, regala ossigeno ai polmoni e serenità a chi lo guarda, insomma accompagna le nostre esistenze e talvolta le conforta.






E infatti sul blog di Fauré sono arrivate mille storie, commoventi, buffe o banali com’è la vita. A cominciare da quella del pioniere dell’abete griffato «Pif». Si chiama Eric, scrive dal Dipartimento dell’Essonne e per la rivista fece da «cavia»: «Il primo abete l’ho piantato io. Quando il famoso numero 347 era in preparazione, la nostra vicina di casa che lavorava a «Pif» mi ha fatto posare per la rivista. Ho piantato l’abete in un vaso a casa sua. Poi, non me ne sono più occupato. Pensavo che l’avesse buttato via. Sentendo parlare del progetto di Fauré, mi sono informato e non solo l’abete era ancora vivo, ma era anche immenso. Ero affascinato».






Poi c’è Nicole che scrive, sempre dall’Essonne, che suo figlio aveva sette anni quando piantò l’abete nel giardino della nonna. Bene: non solo l’albero vive, ma è stato ripiantato due volte, perché a ogni trasloco il figlio si rifiutava di spostarsi se la pianta non l’avesse seguito «e così è diventato un legame fra le persone, e in un’epoca in cui ognuno vive per sé. E non è poco».






Poi c’è Mijo, che comunica dalla Normandia che il suo «Pif» è morto nel ‘99, sradicato dalla tempesta. E Rachel, dall’Haut-Rhin, che invece il suo è sempre lì, nel giardino della casa di famiglia, mentre lei vive lontano. Ma «ogni anno, quando torno, lo ritrovo con molta felicità, un po’ come uno di famiglia». L’albero è un legame vivente fra le generazioni, un vecchio amico che le abbraccia tutte.






Marie, in Val d’Oise: «Mi ricordo bene del giorno in cui «Maman» tornò a casa con il suo ramo. All’inizio, lo piantò dicendo: non si sa mai. Alla fine, l’abete è cresciuto insieme a mia figlia, perché hanno 36 anni tutti e due. Il Pif della mamma ha visto crescere i suoi dodici nipoti e oggi divide il giardino con i suoi dieci pronipoti. Mamma ha 87 anni ed è fiera del suo abete». Quando si parla di albero genealogico...